Le Professioni Sanitarie come Rischio Sociale
31 Gennaio 2004 - Aula
Magna Palazzo di Giustizia Torino
Il progresso della medicina ha nettamente migliorato
la nostra sorte: nei paesi tecnologicamente sviluppati le grandi
epidemie dei secoli passati sono sparite, la speranza di vita
alla nascita è passata, dall’inizio del secolo, da
44 a 74 anni per gli uomini e da 45 a 82 anni per le donne, la
mortalità infantile è scesa dal 15% allo 0,5%. Questi
progressi della medicina non sembrano soddisfare la popolazione,
che chiede sempre di più e sopporta male i rischi residui.
Il XX secolo si caratterizza per un “assicurazionismo”
delle società sviluppate, mediante l’instaurazione
progressiva dello Stato-provvidenza. La povertà, l’invalidità,
la disoccupazione, la malattia, la morte sono ormai considerati
dei rischi assicurabili.
I furti e gli incidenti stradali sono “rischi urbani”,
le inondazioni, le valanghe, i terremoti “rischi naturali”,
gli incidenti delle casalinghe e dei bricoleurs “rischi
domestici”.
Gesto un tempo inoffensivo, fumare è diventato un rischio,
come attraversare la strada o mangiare (oltre al prione, alla
listeriosi e agli OGM, vi sono i prodotti cancerogeni la cui lista
si allunga ogni giorno).
Sollecitato dai media il pubblico ha acquisito una cultura del
rischio e la società occidentale, ricca e longeva, è
diventata una società del rischio, caratterizzata da una
proliferazione dei rischi.
Ciò non significa che sia più pericolosa: questa
proliferazione è innanzitutto dovuta ad una nuova concezione
del pericolo.
Il termine rischio non è soltanto una parola nuova che
serve per esprimere un’idea di pericolo: il rischio è
un pericolo senza causa, un danno senza colpa che diviene però
prevedibile e calcolabile.
Il successo di questa nuova concezione del pericolo si rivela
inseparabile dagli sviluppi della statistica e dal calcolo delle
probabilità, testimonia una nuova volontà di controllare
i capricci della natura e del destino. Questa volontà è
manifestata dagli assicuratori che “creano” dei rischi
in senso stretto. La loro attività sottolinea uno dei paradossi
della nozione di rischio: concepita inizialmente come uno strumento
per ridurre le incertezze, questa nozione contribuisce a fabbricare
il pericolo e a rendere sempre più pericoloso ed incerto
un mondo che invece è diventato più sicuro.
Il rischio zero preteso dalla popolazione non esiste. Questa dolorosa
constatazione deriva dallo smacco relativo delle politiche pubbliche
in vari campi (sicurezza stradale, sicurezza sul lavoro ecc.)
che ha segnato un cambiamento notevole di queste politiche: non
si tratta più di eliminare il rischio ma, più modestamente
e realisticamente, di gestirlo. Ogni attività produttiva
ha dei pericoli inerenti, dei rischi inevitabili che devono essere
corsi per l’utilità di tutti. Se le misure volte
a ridurre il rischio di un’attività indispensabile
sono inefficaci o troppo costose il rischio deve essere accettato
e la riparazione del danno deve essere ripartita tra le varie
parti sociali, senza incriminare nessuno.
L’esempio degli incidenti sul lavoro e degli incidenti stradali
illustra a meraviglia l’utilità di concepire un danno
come un incidente, un guasto senza causa o almeno senza colpa.
Concepire un danno come frutto del caso pone un problema: non
è imputabile ma esige riparazione. E’ qui che interviene
l’assicurazione, che permette giustamente di rimborsare
le vittime senza che sia necessario trovare un colpevole.
La nozione di rischio è quindi esclusiva di quella della
colpa: nel “rischio sanitario” le cose vanno diversamente.
Si ammette che esistano dei rischi statisticamente prevedibili
(che il paziente in effetti accetta firmando il consenso informato)
che devono essere accettati per recuperare la salute. Poiché
la professione medica è assimilata, contro ogni evidenza,
alle scienze “esatte in assoluto”, gli eventi avversi
non prevedibili si fanno risalire non al caso o alla fallibilità
umana, scusabile e per lo più non imputabile nelle altre
attività, ma alla cattiva volontà del medico. L’esito
negativo non previsto e non voluto deve per forza essere frutto
di un errore tecnico-diagnostico, che a sua volta è causato
da una volontà avversa e diventa quindi una colpa. La conseguenza
negativa dell’ atto medico viene quindi riportata sull’autore,
gli viene data come scopo, viene trasformata in un effetto che
ha previsto e voluto: il medico diventa quindi responsabile di
tutte le conseguenze negative dell’atto compiuto e l’esito
negativo dell’atto è il segno della colpa, penalmente
imputabile.
Ma la medicina NON E’ una scienza esatta. E’ invece
strettamente legata al principio di probabilismo e di causalità
che derivano dall’agire umano. La certezza diagnostico-terapeutica
in medicina è un’utopia: le certezze di improbabili
sicurezze rivelano presunzione intellettuale ed il rifiuto di
comprendere che nella pratica medica non vi sono garanzie né
certezze. I medici non sono in grado di prevedere tutti gli effetti
del loro comportamento e di correggerlo in base a tale previsione:
non sono quindi responsabili.
Fino a vent’anni fa la magistratura ha aderito a questa
concezione della responsabilità medica poi, almeno dal
1973, dopo la nota sentenza n. 166 della Corte Costituzionale,
si è progressivamente fatta strada una valutazione estensiva
di malpractice nella quale l’errore diagnostico-terapeutico
è diventato un illecito penale, ragion per cui il medico
risponde oggi anche degli eventi lesivi colposi. Se il danno è
associato ad una colpa non si tratta soltanto di trovare dei responsabili
in grado di risarcire un danno, bisogna trovare dei colpevoli
da punire ed il paziente che ha subito un danno può essere
risarcito solo se diventa una vittima che riesce a identificare
il colpevole.
I medici sono quindi qualificati come individui pericolosi nell’esercizio
di un’attività lecita al pari di chi è pericoloso
e dannoso per azioni francamente illecite in sé stesse
come il furto, la corruzione, l’omicidio volontario o preteritenzionale,
l’associazione a delinquere. Nella varie Procure allo stesso
Magistrato vengono affidate, come materie di competenza, oltre
all’usura, ai falsi, al riciclaggio delle auto, anche “i
medici”.
Nei paesi anglosassoni e nel resto d’Europa gli eventi lesivi
non voluti costituiscono un illecito solo civile, che obbliga
l’assicurazione del medico o della struttura sanitaria a
risarcire il paziente, ma che non comporta per il medico una responsabilità
penale. In Italia, invece, il risarcimento del danno presuppone
comportamenti colposi o dolosi del medico che integrano la fattispecie
di illecito penale. Non stupisce quindi che le denunce penali
siano aumentate a dismisura:attualmente sono più di 10.000
l’anno.
Ogni medico in vent’anni di attività ha almeno l’80%
di probabilità di ricevere un avviso di garanzia. Non è
sufficiente impegnarsi a curare i pazienti con coscienza per sfuggire
alla denuncia perché, se è vero che soltanto 1/5
delle proteste di errore riflette una reale responsabilità
del medico, dobbiamo domandarci che cosa faccia credere agli altri
4/5 di aver subito un danno per l’imperizia di un clinico.
Il medico si ritrova sempre più spesso bersaglio di ira
o frustrazioni anche se non è affatto responsabile dei
fatti che le hanno provocate: oltre alla riparazione di un danno
i pazienti o i loro famigliari cercano la vendetta ed il medico
diventa un capro espiatorio su cui sfogare il risentimento.
Se ha la fortuna di identificare un colpevole, il paziente può
ricevere come compenso una fortuna molto superiore a quella che
avrebbe accumulato in un’intera vita.
Le denunce penali quindi sono utilizzate sia con lo scopo di esercitare
una pressione intesa a ottenere un risarcimento transattivo, dovuto
o non dovuto, più rapido di quello del processo civile
sia, talvolta prevalentemente, per il desiderio di vendetta personale
nei confronti dei medici ritenuti a torto o a ragione responsabili
di un danno, ovvero anche con la più o meno convinta finalità
di dare un pubblico esempio. La condanna penale dei medici è
infatti sempre anticipata e decretata sugli organi di stampa,
pur nella frequente assenza di una dimostrabile colpa. L’incivile
fenomeno della sistematica violazione del segreto istruttorio,
infatti, ha reso l’informazione di garanzia una condanna
anticipata.
In Italia l’80% dei medici corre il rischio di entrare,
nel corso della sua vita professionale, in un circuito infernale
da cui uscirà cambiato anche se proclamato innocente: i
medici sono quindi “lavoratori particolarmente a rischio”,
esposti con frequenza enormemente maggiore di altre professioni
all’incubo di un processo penale, con ricadute pesanti sulla
loro considerazione professionale, sul loro patrimonio personale,
sulla loro vita privata e di relazione e sul loro benessere psico-fisico.
Subiscono cioè un grave “danno alla persona”
di cui nessuno li risarcirà mai. Il diritto privato italiano
considera e quantifica infatti il danno alla persona delle casalinghe,
dei minori, dei pensionati, dei militari in servizio di leva,
dei religiosi, dei lavoratori occasionali ecc., ma non cita i
medici, cui non consente di chiedere il risarcimento per lite
temeraria. Negli Stati Uniti il costo dell’abuso di denuncia
è stato quantizzato in 150 bilioni di dollari l’anno
e l’area medica è la più coinvolta in assoluto,
ma gli avvocati americani attualmente rischiano la sospensione
dall’albo se si prestano a denunce contro medici che non
siano ragionevolmente fondate.
L’accusa di malpractice ha per i medici pesanti conseguenze
psicofisiche. Uno studio canadese del 1990 ha dimostrato che i
medici accusati di malpractice, anche se mai in sede penale, soffrono
di gravi traumi emozionali prima e durante il processo: i medici
contattati hanno dichiarato che l’essere processati provoca
sentimenti uguali a quelli di un grave lutto. Provano una sensazione
di perdita alla “morte” della loro immagine e della
loro autostima; in altri studi i medici accusati hanno riferito
sintomi associati alla depressione maggiore e al burnout.
Considerati questi fatti, non è sorprendente che il numero
di medici appartenenti ad aree particolarmente a rischio continui
a ridursi. Dal 1985 il 25% degli ostetrici in Florida ha abbandonato
la professione per paura delle denunce, in molte zone rurali del
Nevada e della Georgia non vi sono più ostetrici. Gli ostetrici
si concentrano negli Stati degli USA in cui si è posto
un limite alle richieste economiche di danno (l’assicurazione
di un ostetrico a Washington è di 70.000 dollari l’anno
per ogni singolo parto). In Australia tra il 1988 e il 1993 il
numero degli ostetrici si è ridotto del 44%. L’85%
degli ostetrici inglesi ha ricevuto una denuncia , il 65% due
denunce. La metà dei medici che ha ricevuto una denuncia
non cura più i pazienti ad alto rischio, contempla l’idea
del pensionamento anticipato -dai 65 ai 58 anni- e cerca di dissuadere
i figli dall’iscriversi a medicina.
Altri medici non hanno più fiducia nella loro capacità
diagnostica e praticano ciò che viene descritta come “medicina
difensiva”, prescrivendo test e procedure tali da non lasciare
nessun ragionevole dubbio sulla diagnosi delle condizioni di un
paziente ed evitando pazienti e trattamenti ad alto rischio. Frutto
preoccupante del crescente contenzioso giudiziario che assilla
la classe medica, la medicina difensiva, nata e ormai radicata
negli Stati Uniti, si è già affacciata in Italia
e le avvisaglie lasciano presagire che si diffonderà sulla
scia dell’epidemica esplosione dei processi celebrati quotidianamente
contro i medici nei tribunali dei mass-media ed in quelli penali.
Una prassi giurisprudenziale puramente repressiva sta sollecitando
i medici a rivedere la loro deontologia: il loro essere medico
è condizionato dalla necessità di procurarsi prove
da esibire in sede penale che dimostrino la loro prudenza, diligenza,
perizia. Gli standards diagnostici e terapeutici sono sempre più
determinati dai tribunali e dalla pubblica opinione e non dalla
evidenza scientifica: si è giunti, in tempi recenti, fino
ad ordinanze di prescrizione a carico del Servizio Sanitario pubblico
di terapie oncologiche in assenza di qualsiasi base scientifica.
L’atteggiamento difensivo dei medici, coatto e per lo più
inconscio, ha enormi costi economici ed umani: per quanto riguarda
il costo economico, il Centro di Studi Economici degli Stati Uniti
ha dimostrato nel 1991 che è di 25 bilioni di dollari l’anno.
La “tassa per il processo”, ad esempio, costa 500
dollari ogni 2 giorni di ricovero per una maternità.
Negli Usa, negli Stati in cui è stata applicata la riforma
della malpractice, si è avuta una riduzione dei costi del
5,3% per l’infarto miocardico acuto: se applicata su tutta
la nazione la riforma comporterebbe, solo per questa patologia,
un risparmio di 600 milioni di dollari l’anno. Se fosse
estrapolata a tutto il sistema sanitario porterebbe ad un risparmio
di 50 bilioni di dollari l’anno senza compromettere i risultati
terapeutici. E’ stato calcolato che la medicina difensiva
negli Stati Uniti rappresenta un costo dell’8% di tutte
le cure e che il suo incremento è superiore all’11,3%
l’anno.
Il pericolo di essere denunciati rende evidentemente necessaria
l’assicurazione. Il solo fatto di essere assicurati, però,
rende più probabile la denuncia, soprattutto quando i guadagni
possibili sono enormi (un mese fa a Matera un Magistrato ha deciso
un rimborso di 3 milioni di euro per un bambino nato cerebroleso)
ed il rischio per l’accusatore nullo. In Italia la massa
premi della Sanità è attorno ai 155 milioni di Euro
a fronte della quale le Compagnie di assicurazione subiscono sinistri
per circa 517 milioni di Euro con un rapporto premi/sinistri di
1 a 3. L’assicurazione sanitaria sta vivendo un momento
di estrema criticità nelle Compagnie, alcune delle quali
hanno già iniziato a ritirarsi dal mercato. Eppure, 517
milioni di Euro rappresentano solo lo 0,6% della spesa sanitaria
nazionale: negli Stati Uniti la relativa incidenza del costo della
cosiddetta malpractice è del 5,6%. Cosa avverrà
in Italia quando il contenzioso medico-paziente sarà ancora
più elevato e le aspettative economiche ancora maggiori?
Presumibilmente TUTTI i medici riceveranno più di un avviso
di garanzia.
In Australia nell’aprile del 2002 la più grande Compagnia
di assicurazione dei medici, l’United Medical Protection,
annunciò il fallimento e 32.000 medici rimasero senza assicurazione
e assicurarono solo le urgenze. Il governo australiano finanziò
l’UMP con 35 milioni di dollari, sufficienti ad arrivare
alla fine dell’anno. Mancano ancora 455 milioni per rimborsare
i premi già stanziati.
Le soluzioni proposte dal governo australiano sono: ridurre le
cifre rimborsabili per gli eventi avversi, ridurre il contenzioso
istituendo una legge con la quale il richiedente debba pagare
le spese del processo di entrambe le parti se non vince la causa,
ridefinire il concetto di negligenza, istituire un fondo di solidarietà
nazionale aumentando le tasse.
Anche in Italia si renderà presto necessario fare qualcosa
perché i prezzi delle assicurazioni raddoppiano ogni 3
anni e non sono più sopportabili per molti medici. Molte
specialità con particolari rischi non vengono più
assicurate dalle Compagnie e i bandi per l’assicurazione
delle Aziende Ospedaliere vanno deserti. Ciò porterà
presto all’abbandono di certe specialità (negli Stati
Uniti e in l’Italia sta già avvenendo per l’ostetricia,
in Australia per l’ostetricia, la neurochirurgia e la chirurgia
spinale, in Francia per la chirurgia generale), a un incremento
dei costi dovuti alla medicina difensiva, al mancato trattamento
dei pazienti ad alto rischio.
E’ quindi sempre più impellente abbandonare la cultura
della repressione giudiziaria, che ha ampiamente superato il livello
di guardia, per una cultura organizzativa della sicurezza volta
a migliorare il percorso assistenziale che riduca al minimo gli
errori in medicina e identificare il danno come un illecito civile
e non penale. I medici dovrebbero, come i piloti dell’aeronautica,
pretendere delle regole per migliorare la sicurezza loro e dei
pazienti e informare i pazienti/utenti della elevata possibilità
di eventi avversi connessi con tutte le pratiche diagnostico-terapeutiche
e dei limiti e dei rischi della medicina, di fatto sconosciuti
al pubblico nella loro vera essenza qualitativa e quantitativa.
Bisogna inoltre chiarire che errore in medicina non è necessariamente
sinonimo di colpa del medico, la cui professione intellettuale,
a differenza di altre, notaio e avvocato ad esempio, deve necessariamente
svolgersi in stretta dipendenza e coordinazione con la complessa
organizzazione della Sanità che non è gestita direttamente
dai medici, ma che è soggetta ad influenze politiche ed
è gravata da costi crescenti cui non si riesce far fronte.
La Sanità italiana è una buona Sanità a costi
medio-bassi, sicuramente grazie anche ai medici. Spendono più
di noi: la Germania con il 10,7% del prodotto interno lordo, la
Francia con il 9,5%, gli Stati Uniti con il 13,9%, la Svizzera
con il 10,9%. Noi spendiamo solo l’8,4% e, secondo l’Organizzazione
Mondiale della Sanità, l’Italia è al secondo
posto al mondo dopo la Francia per qualità e fruibilità
delle prestazioni sanitarie. Abbiamo l’indice di vecchiaia
più alto del mondo, la maggior speranza di vita, la popolazione
più anziana dell’Unione Europea e il numero maggiore
di medici sottoposti a processo penale.
Il contenzioso giudiziario penale per responsabilità medica
è diventato abnorme nel volgere di pochi anni e rappresenta
ormai una vera emergenza per le professioni sanitarie: quest’impressionante
fenomeno, del quale gli operatori della sanità non ancora
personalmente colpiti non percepiscono con sufficiente consapevolezza
il rischio, non può essere ignorato. Scopo del Congresso
“Le Professioni Sanitarie come Rischio Sociale”che
si terrà a Torino -Palazzo di Giustizia- il 31gennaio 2004
è tentare di sanare la pericolosa frattura che si è
creata nei rapporti tra medici e società grazie anche alla
divulgazione scandalistica, tramite i mass-media, di singoli casi
di insuccesso, di complicanze iatrogene, di condotte mediche riprovevoli,
tutte racchiuse nel dispregiativo termine di “malasanità”.
Questo Congresso vuole essere un richiamo al rischio sociale insito
nell’ingiusta e dannosa criminalizzazione delle professioni
sanitarie, ai suoi pesanti costi economici ed umani e alla necessità
di ripartire l’inevitabile “rischio sanitario”
tra le varie parti sociali senza incriminare penalmente nessuno.
Paola Mora
Segretario Generale
ADIMED – Centro di Formazione Albert Schweitzer
BIBLIOGRAFIA
1. Pellegrino ED. Can the
doctor’s burden be shifted to the patient? The Pharos 1993;
56:34
2. Galbraith RC. Letter to the editor: defensive medicine. The
Pharos 1993; 56:40
3. Defensive medicine and medical malpractice: US Congress, Office
off Tecnology Assessment. OTA-H-602 Government priting Office
Jul 1994.
4. Kessler DP, McClellan M. Do doctors practice defensive medicine?
Quarterly Journal of Economics 111; (May 1996): 353-90.
5. Shapiro RS, Simpson DE, Lawrence SL, TalskY AM, Soborinsky
KA, Schiedermeyer DL. A survey of sued and nonsued physicians
and suing patients. Arch Intern Med 1989; 149:2190-2196.
6. Localio AR, Lawthers AG, Bengtson J, et al. Relationship between
malpractice claims and caesarean delivery.JAMA 1993; 269:366-73
7. Baldwin LM, Hart LG, Lloyd M, Fordyce M, Rosenblatt RA. Defensive
medicine and obstetrics. JAMA 1995; 274:1606-10
8. Weiler PC, Hiatt HH, Newhouse JP, Johnson WG, Brennan TA, Leape
LL. A. measure of malpractice. Cambridge: Harvard University Press;
1993.
9. Localio AR, Weaver SL, Brennan TA, et al. Identifyng adverse
events caused by medical care: degree of physician agreement in
a retrospective chart review. Ann Intern Med 1996; 125:457-64.
10. Localio AR, Lawthers AG, Brennan TA, et al. Relation Between
malpractice claims and adverse events due to negligence. N. Engl
J Med 1991;325:245-51.
11. Brennan TA, Sox CM, Burstin HR. Relation between negligent
adverseevents in the outcomes of medical malpracice litigation.
N. Engl J Med 1996; 335:1963-7
12. Physician Insurers Association of America. PIAA data sharing
system reports.Rockville, MD: Physician Insurers Association of
America; 1995.
13. La Puma J, Schiedermayer DL, Toulin S, Miks SH, MsAfee JA.
The standard of care: a case report and ethical analysis. Ann
Intern med 1988;108:121-24.
14. Nelson KB, Dambrosia JM,Ting TY, Grether JH. Uncertain Value
of electronic fetal monitoring in predicting cerebral palsy.N
Engl J med 1996;334:613-16.
15. Kassirer JP. Our stubborn quest for diagnostic certainty:
a cause of excessive testing. N Engl J Med 1989;320:1489-91.
16. Fix AD, Strichland GT, Grant J. Tick bites and Lyme disease
in an endemic setting. JAMA 1998;279:206-10.
17. Baubour AG. Expert advice and patientexpectations. JAMA 1998;279:239-40.
18. Elmore JG, Barton MB, Moceri VM, Polk S, Arena PJ Fletcher
SW. Ten-year risk of false positive screening mammograms and clinical
breast examinations. N Engl J Med 1998;338:1089-96.
19. Sox HC. Benefit and harmassociated with screening for breast
cancer. N. Engl J Med 1998;338:1145-6.
20. Perlan D. Study finds high rate of mammogram false alarms
50 percent chance in 10 screenings. San Francisco Chronicle. 1998
Apr 16.
21. Risk of false alarm from mammogram is 50% over decade. The
new York Times. 1998 Apr 16; Sect. national Desk.
22. Maugh TH. Study warns of mammogram false alarm. Los Angeles
Times. 1998 Apr 16; Sect. partA:A-1.
23. Brown ML, Houn F, ickles EA, Kessler, LG. Screening mammography
in community practice: positive predictive value of abnormal findings
and yield of follow-up diagnostic procedures. AJR AM J Roentgenol
1995;165:1373-7.
24. Fletcher SW, Black W, Harris R, Rimer BK, Shapiro S. Report
of the international workshop on screening for breast cancer.
J Natl Cancer Inst 1993;85(20):1644-56.
25. Kopans BD, Moore RH, McCarty KA, et al. Positive predictive
value ofbreast biopsy performed as a result of mammography: There
is no abrupt change at age 50 years. Radiology 1996 Aug;200(2):357-60.
26. Physician Insurers Association of America and the American
College of Radiology. Practice standards claims survey. Rockville,
MD: Physician Insurers Association of America; 1997.